ABC - Atelier Blu Cammello

Franco Bellucci e Riccardo Bargellini. Foto: Tommaso Barsali 2009
Franco Bellucci e Riccardo Bargellini. Foto: Tommaso Barsali 2009

 

DARE VALORE ALLA VITA DEGLI ALTRI

Riccardo Bargellini

 

Citando Lacan, ho sempre provato a misurare il significato della mia esistenza provando a dare valore alla vita degli altri, per questo motivo mi ritengo un artista relazionale. Ho una formazione di comunicatore visivo, sono sempre stato attratto dall’opera o dal lavoro di chi è privo di inibizioni e che non si preoccupa di fare una cosa bella secondo certe regole o convenienze. Grazie a Jean Dubuffet, teorico dell’Art Brut, ho iniziato ben presto ad approfondire quella parte di “arte clandestina” fatta da artisti non “ufficiali” che avevano però influenzato e qualche volta anticipato senza volerlo i generi dell’arte contemporanea. Ho scoperto un mondo di artisti sconosciuti ai più ma di grande potenza espressiva, che l’arte ufficiale non mi aveva mai mostrato, autori che avevano realizzato le loro opere non per un pubblico ma per una loro esigenza personale, una forma di comunicazione che non necessariamente esigeva un destinatario; un’arte che non segue le mode, o si ispira a movimenti o maestri del passato, con una totale indifferenza all’approvazione dell’altro. Nasce così il desiderio di potermi relazionare creativamente con persone che inconsapevolmente possiedono questa libertà espressiva. In Italia, dopo il 1978 con la legge 180 vennero definitivamente chiusi gli accessi ai manicomi, ma chi vi era in cura, soprattutto i malati istituzionalizzati, vi rimase fino alla fine degli anni ‘90, quando, con la definitiva chiusura degli ospedali psichiatrici, i distretti sanitari locali dovettero accogliere in nuove residenze i loro malati. Si realizzarono nuove residenze psichiatriche aperte, con il divieto di ogni forma di contenzione fisica e il ricorso appropriato alla terapia farmacologica, con un numero massimo di accoglienza di venti pazienti per struttura. A Livorno, il Direttore del Dipartimento di Salute Mentale Vincenzo Pastore (già nel gruppo di Franco Basaglia, a Gorizia e Trieste), a partire dal 1985, iniziò a sviluppare il Servizio di Salute Mentale di Comunità della città in linea con i valori della psichiatria democratica. Dieci anni dopo, su richiesta dei vertici della psichiatria livornese, mi fu proposto insieme al mio amico e collega di allora, Stefano Pilato, di realizzare un progetto artistico sull’abitare un luogo di cura trasformando la festa interna del Centro Basaglia in un evento pubblico. Nacquero così le “Serata illuminate”, una festa di musica e arte che si svolta fino al 2021 ogni anno nel primo week-end di luglio e che ha coinvolto i residenti del centro, tanto pubblico e soprattutto artisti italiani e internazionali di varie discipline che hanno avuto l’occasione di conoscersi, stare insieme per un breve periodo e creare le proprie opere nel rispetto di un luogo abitato e vissuto da pazienti psichiatrici. In questo modo, il parco del Centro Basaglia nel tempo si è arricchito di numerose pitture murali e installazioni artistiche più o meno effimere, perché trasformate dalle intemperie che ossidano le strutture e alterano i colori, e dai pazienti che con loro interagiscono. Tutto ciò ha dato vita a un Parco d’Arte Contemporanea, denominato PAC180 (dal numero della citata legge Basaglia). Per gli artisti invitati è stato un impegno non facile, ma che alla fine ha dato rande soddisfazione, sia per l’esperienza vissuta insieme ai residenti e gli operatori (che noi chiamiamo “il popolo del Basaglia”), sia perché il loro contributo ha reso la residenza un luogo accogliente e quindi più vivibile portandolo a diventare un terreno fertile per varie collaborazioni e iniziative.

Tutto ciò ha permesso nel 1999 di proporre alla psichiatra Ivana Bianco, di formazione psicodinamica, un atelier d’arte rivolto ai pazienti della struttura residenziale di cui era ed è stata direttrice fino a giugno del 2022. Iniziò così la mia avventura di conduttore dell’Atelier, inizialmente insieme a Stefano Pilato, che poi ha rinunciato per proseguire in un suo personale percorso lavorativo. In quel momento in Italia si andavano diffondendo varie strutture di questo tipo, con indirizzo per lo più artigianale, con finalità di integrazione professionale, ma pochissimi erano diretti da un artista, che avesse pertanto al centro non solo il manufatto, ma anche la cura dell’espressione e del prodotto artistico.

Naturalmente, non esiste un modello unico di atelier, poiché nell’organizzazione di tali iniziative intervengono molteplici fattori: dalle differenti gestioni politiche e amministrative comunali; dalla volontà dei direttori di salute mentale a trovare risorse economiche; dalla lungimiranza degli psichiatri a coinvolgere i loro pazienti; dalle differenti sensibilità degli artisti-coordinatori. Quello che tutti avevano in comune - almeno all’inizio - era il fatto di avere tra i propri destinatari delle persone con un vissuto manicomiale alle spalle, un fatto che, con la chiusura definitiva degli ospedali psichiatrici, non si sarebbe più ripetuto. 

L’atelier Blu Cammello fu impostato come un laboratorio di attività espressive con svolgimento quotidiano di 3 ore dal lunedì al venerdì. Inizialmente i partecipanti furono cinque, selezionati dalla psichiatra Bianco tra i suoi pazienti esterni che avevano manifestato particolari attitudini artistiche. Ben presto, vivendo quotidianamente gli spazi del Centro, proposi alla dottoressa di allargare l’atelier ai residenti della struttura, e il numero dei partecipanti si allargò così ad una quindicina. Per indicare i punti essenziali di questo lungo percorso di conduttore dell’atelier Blu Cammello direi che l’unica forza guida è stata la totale disinibizione dei partecipanti di fronte alla mia presenza, che, a poco a poco, è diventata anche la mia totale disinibizione davanti a loro, a parte il naturale reciproco rispetto e la strettissima amicizia che si sono stabiliti nel tempo. La possibilità di lavorare molti anni con gli stessi pazienti ha fatto di loro, ai miei occhi, degli artisti completi, avendo potuto conoscere, attraverso infiniti tentativi e proposte, le inclinazioni, le preferenze e le più spiccate capacità di ognuno. Ed è questo il bagaglio di esperienze che ben presto mi ha permesso di sapermi relazionare, direi quasi a pelle, anche con artisti diversi che non conosco, come ho potuto verificare in residenze artistiche a cui ho partecipato, come per esempio nel 2007 con il progetto d’arte relazionale “Rosa Vallonia” realizzato insieme a Philippe Dafonseca, Benoit Monjoie, Brigitte Jadot e Dominique Théate, artisti del Centro La Hesse di Vielsalm, diretto da Anne-Françoise Rouche. Come artista io li definisco spesso “i miei maestri”, perché sono continuamente influenzato da loro, in quanto la nostra interazione non può che diventare una ricerca comune, una sinergia totale all’insegna della condivisione e della scoperta reciproca e dell’inesauribile molteplicità. Io posso offrire la mia maggiore esperienza tecnica, che consiste nel controllo di un supervisore, il quale supervisore, però, è costantemente attratto e sospinto dalla forza creativa di questi artisti “fuori legge”, che disegnano e assemblano come sanno, senza chiedere di imparare. Mi hanno dato il gusto di pensare, giocare, mischiare percezioni ed invenzioni. L’atelier è composto da pazienti che hanno caratteristiche artistiche e caratteriali completamente differenti. Questo mi porta a dover utilizzare diverse metodologie di lavoro per ognuno di loro. L’impostazione di base è però una per tutti: ovvero, cercare sempre di procedere attraverso le proposte più svariate, alla ricerca di una risposta attiva, di qualcosa che loro trovino stimolante. 

Negli anni ho potuto verificare che è proprio questo il punto focale della mia mansione: questa ricerca deve essere una costante del lavoro che viene svolto, perché, nei partecipanti all’atelier (accanto alla loro strabiliante libertà esecutiva), è proprio la ripetitività quella su cui tendono a immobilizzarsi. Ad ogni modo, è bene precisare che il ruolo del conduttore non è solo quello di puntare a dei risultati, quanto, prima ancora, quello di mettere a disposizione del gruppo degli strumenti per esprimersi, secondo un metodo che non è poi molto diverso da quello di un normale insegnamento artistico. La vera differenza tra un insegnamento per così dire “canonico” e il mio lavoro è il maggiore carico di responsabilità nei confronti dei partecipanti rispetto ad un professore, e la loro maggiore libertà creativa rispetto a degli studenti, per cui alla fine non si parla di insegnare e imparare, ma di ricerca pura, con parità di influenze nelle due direzioni. 

Dopo anni di impegno, giorno dopo giorno, i risultati raggiunti sono stati davvero sorprendenti, fino al punto di riuscire ad uscire dalle mura del singolo atelier ed inserire le opere prodotte e l’esperienza accumulata in un circuito di maggiore visibilità e maggiori possibilità di riscontro e confronto. Il confronto, non solo funziona come un ricchissimo bagaglio di stimoli, ma anche crea l’opportunità di avere una finalità speciale, il pretesto per un rinnovato impegno e soddisfazione di lavorare. In più di venti anni, presso l’Atelier, si sono distinte diverse personalità artistiche tra cui Franco Bellucci, Giga, Alessandra Michelangelo, Manuela Sagona, Riccardo Sevieri e una nuova generazione di  artisti che sarebbe troppo lungo qui elencare; con ognuno di loro si è creato un rapporto speciale, che ha portato alla realizzazione e alla riuscita di molte iniziative espositive. Nel tempo le loro opere sono state inserite in prestigiose collezioni internazionali, pubbliche e private. Purtroppo alcuni di loro non ci sono più, come Franco Bellucci (Livorno 1945 -2020) e Alessandra Michelangelo (Livorno 1961-2009), che a pieno titolo sono stati appunto i mie “grandi maestri”; ognuno di loro mi ha nel tempo svelato una purezza espressiva, una capacità creativa pari a quotati artisti dell’arte contemporanea.

Soprattutto con Franco Bellucci ho creato un rapporto privilegiato durato venti anni. Lo conobbi nel 1998, quando iniziò per lui una vita diversa, tra le stanza aperte del nuovo Centro Basaglia. Franco, infatti era un così detto “indimissibile”, internato all’Ospedale Psichiatrico di Volterra fin dal 1962, all’età di 17 anni. Non parlava, tuttalpiù emetteva suoni gutturali. Ricordo che rimasi impressionato dalla sua struttura fisica e dalle sue enormi mani, ma la cosa che più mi colpì in assoluto furono le sue sculture che custodiva gelosamente tra quelle mani. Franco rompeva e legava gli oggetti. Il suo mondo era fatto di una curiosa ricerca di suoni e materiali da toccare e ascoltare. Il tempo era quello del gioco senza finalità; l’oggetto, per avere significato intimo, doveva essere inglobato. Franco passava il tempo a cercare, il suo quotidiano era fatto da una costante appropriazione di spazi e cose da trasformare e tenere strette per sentirsi più sicuro. Quando tali oggetti acquistavano una possibilità di rievocazione, allora lui li abbandonava, perché il suo quotidiano non apparteneva alla gestualità adulta, alla funzionalità: più simile ai bambini, lui viveva il piacere intimo del contatto e del continuo manipolare e assemblare. 

Non credo che Franco abbia mai avuto consapevolezza di aver “creato” qualcosa, ho sempre pensato che i suoi giocattoli non avessero per lui un significato al di là del ludico: il gesto creativo appartiene alla nostra concezione. Tuttavia, penso che nel tempo la nostra relazione sia entrata in quel gioco, ed abbia dato la struttura al suo mettere insieme, costruendo una sorta di spazio comune. Quando ho visto Franco la prima volta girava con pezzi di metallo e di gomma trovati in giardino e annodati con la sua biancheria o con incerati della tenda della doccia o delle tovaglie. Materiali che conosceva, che appartenevano già alla sua vita nell’istituzione. Ho cominciato a giocare con lui proponendogli forme diverse, e perché no? dei giochi veri e veri e propri: peluches, robot, dinosauri e materiali nuovi con cui legarli, come fili elettrici, camera d’aria di biciclette o corde trovate sulla spiaggia. A volte, sapendo che li attendeva, nascondevo i nuovi oggetti da trasformare in una caccia al tesoro o più spesso glieli proponevo direttamente, in cambio delle sue “sculture” concluse. L’interesse che ho provato per lui, la possibilità di costruire un tempo di vita comune, ci ha “annodati”.  Il nostro speciale legame, in un certo senso, mi ha spinto ad imparare la “sua” lingua, ed è così che a sua volta anche lui ha iniziato a parlare, a formulare richieste semplici, espressioni di piacere o dispiacere, desiderio, rammarico. La forza che lo contraddistingueva gli ha permesso una gestualità coordinata, un “ingegno” creativo totalmente nuovo dalla gestualità iniziale. Ha riarticolato gli oggetti in maniera “estetica” e compositiva: relazionale appunto.

Per tutti i miei artisti ho messo ogni sforzo nel creare situazioni che mi permettessero di valorizzare le loro opere e farle conoscere a un pubblico più vasto. 

In questa direzione, a partire dal 2010, al mio impegno della conduzione dell’atelier si è aggiunta la direzione artistica della casa editrice Valigie Rosse, fondata insieme al poeta Paolo Maccari e al traduttore Valerio Nardoni, cui si sono presto aggiunti Tiziano Camacci, Tommaso Barsali e Alessio Casalini, riuscendo a trasformare il progetto iniziale in una vera e propria casa editrice incentrata sull’espressione poetica, sull’arte marginale e su una promozione culturale a tutto tondo. Tutto ciò mi ha dato la possibilità di caratterizzare l’immagine della casa editrice, a partire dal logo disegnato da Riccardo Sevieri, una sorta di asterisco che nella sua sintetica descrizione rappresentava l’espansione dell’universo. Negli ormai molti anni di ininterrotta attività, più della metà delle copertine dei libri di Valigie Rosse sono state realizzate utilizzando le opere grafiche di artisti dell’atelier Blu Cammello, soprattutto di Alessandra Michelangelo, Giga e Manuela Sagona. Quest’ultima, con la sua originale scrittura grafica, che ricorda i font dei vecchi cartoni animati ma anche i lettering delle fanzines underground degli anni Sessanta, è stata scelta per graficizzare e caratterizzare tutte le copertine della collana “Caratteri” dedicata a opere poetiche di rilievo nazionale e internazionale.

 

 


Riccardo Bargellini (Livorno 1966)

Artista relazionale e comunicatore visivo, ideatore insieme a Stefano Pilato del PAC180, progetto culturale sull’abitare un luogo di cura, il Centro Residenziale Franco Basaglia di Livorno conclusosi nel 2022. Conduce dal 1999 l’atelier di attività espressive ABC per gli utenti del dipartimento di Salute Mentale Adulti. Dal 2000 dirige il Premio Ciampi L’altrarte, sezione dedicata alle arti visive del premio musicale dedicato al cantautore Piero Ciampi. Dal 2007 è coordinatore artistico della cooperativa sociale Brikke Brakke. Nel 2010 fonda insieme a Paolo Maccari e Valerio Nardoni la casa editrice Valigie Rosse.

 

 

AVANTI COSI’

Serie di opere realizzate partendo dai materiali di scarto  di un ex calzaturificio chiuso per effetto della crisi economica della manifattura calzaturiera toscana.

Ex Calzaturificio Valori, Castelfranco (PI) 2019/2020 

 

 

LA CITTA’ CHE DURA UN GIORNO

Serie di grafiche pubblicate nel libro di poesie Elenco di cose reali di Paolo Febbraro, edizioni Valigie Rosse, 2018

 

 

IRRAZIONALE NECESSARIO

Installazione di 18 dischi in ceramica bianca a biscotto, 5 sculture in ferro, legno e vernice, dimensioni variabili. Museo delle Miniere, Montecatini Val di Cecina 2017

 

 

DOPPIA INTERFERENZA

Mixed media, dimensioni variabili, 2017. Opere realizzate In relazione con Franco Bellucci, a seguito del progetto BAU 14

 

 

INTERFERENZA

Mixed media

BAU 14, GAMC - Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea "Lorenzo Viani", Viareggio, 2017

 

 

LA CIVITA’ IDIOTA

Serie composta da varie sculture realizzate In relazione con Franco Bellucci (2017).

Una parte delle opere sono state pubblicate nel saggio La civiltà idiota, di Andrea inglese, edizioni Valigie Rosse, 2018

 

 

LA MORTE DEL POETA

Mixed media, dimensioni variabili

Serie composta da varie sculture pubblicate nel libro di poesie A parte il lato umano di Antonio Turolo, edizioni Valigie Rosse, 2016

 

 

ESSERE SEGNO /TEMPO CANCELLO 

12 stampe fotografiche di varie dimensioni rielaborate graficamente In relazione con Manuela Sagona

Pinacoteca Civica Follonica, 2011 - No One / Campo del Ghetto, Venezia 2017 - TICULIERS / Art & Marges Musée Bruxelles 2023

 

INTATTOOS

Scultura realizzate In relazione con Franco Bellucci partendo da una vecchia bambola di Alessandra Michelangelo a cui è stato tatuato un suo disegno. Villa Piaggio, Genova 2011 (Kunstforum vol. 225 / Obsessionen I)

 

APPUNTI DELLO SGUARDO 

Serie composta da tre sculture in legno dipinte a olio, 2010

Pergine Valsugana, Spettacolo Aperto 2010

 

 

DICHIARAZIONI D’AMORE

Serie composta da dieci pitture, ognuna con scritto una frase o una parola presa in prestito da dieci titoli di opere di Alighiero Boetti, omaggio all’artista torinese. Le dieci DICHIARAZIONI D’AMORE  sono state realizzate in relazione con Veronica Martinelli, Alessandra Michelangelo, Manuela Sagona e Riccardo Sevieri 2008/2011

Festival Margini,  Comune di Livorno 2008

 

ROSSO PRIMO 

Serie composta da trentatré pitture su carta riprodotte nel libro di poesie Rosso Primo, Mavida, Reggio Emilia, 2008

 

  

ROSA VALLONIA

Serie di quattordici pitture realizzate in relazione con Philippe Dafonseca, Benoit Monjoie, Brigitte Jadot, Dominique Théate, in occasione del progetto residenziale "Match de Catch".  CEC La Hesse, Vielsalm, Belgio 2007

 

 

POURQUOI? 

Mixed media, 2005

ArtFarm Pilastro, Pilastro di Bonvaigo, Verona 2009